Andrea Canevaro 7/5/16

Trascrizione della Lectio Magistralis:

Insieme si può. Ma come? Per vivere ci vuole un progetto.

Ho dovuto fare il pronto soccorso per situazioni che si verificavano in zone tranquille, in cui gruppi di cittadini dicevano: “Non mandiamo più a scuola i nostri figli, finché ci sarà quel soggetto”. Ho fatto il pronto soccorso, ma soprattutto mi è servito fare due progetti, che sono due “Banche dell’altruismo”. Progetti che, come per tante cose, hanno richiesto pazienza e capacità di saper attendere. Bisogna avere anche la pazienza di scoprire che quando si mette un seme non sempre il seme ha il terreno immediatamente pronto.

Ecco un esempio: in una delle due banche (sono due scuole, in realtà) sono stato interpellato da una maestra per seguire un certo bambino. Allora sono entrato in classe (2° elementare) e mi è venuta un’idea. Ho domandato ai bambini se in classe c’erano degli squacqueroni: alcuni si sono alzati e hanno detto “Noi siamo squacqueroni”. Allora ho chiesto: “Qual è la caratteristica degli squacqueroni?”. Loro hanno risposto senza esitazione dicendo “Tremoliano”. Dopodiché ho ancora chiesto: “In quale modo vi fate conoscere al mondo?”. Si sono consultati e hanno detto “Facciamo il balletto degli squacqueroni”. E hanno fatto un balletto che era tutto un tremolio.

La strada era spianata per la seconda domanda: “Ci sono i radicchi tra voi?” e sono venuti fuori i radicchi. Caratteristica: “Amarognoli”. “Come vi fate riconoscere?” “Il balletto dei radicchi”. Tutto una smorfia.

Il bambino per cui ero li, che non parla in classe, si è avvicinato e mi ha detto “Andrea, vorrei parlarti?”. “Pronto”. “Non qui però”. “Facciamo così: quando esco tu mi accompagni e mi dirai quello che mi devi dire”.

Quando sono uscito mi ha accompagnato e mi ha detto: “E se io facessi la piadina?”. Geniale!

Quindi, lui ha introdotto l’elemento più interessante nel progetto che è avere dei mediatori: senza mediatori non si combina niente. Ci sono dei contrasti e nei contrasti si deve trovare l’elemento che concilia. Noi abbiamo una cultura piena di contrasti, dobbiamo quindi produrre una cultura di progetti che vuol dire una cultura che assume i contrasti, non che li divide dicendo questo Sì e quello No. Le voci che Augusto ci ha letto, sono voci di persone che sono contrarie. Noi dobbiamo assumere quelle voci come sfida, non dicendo che non le vogliamo ascoltare. Dobbiamo trovare dei mediatori anche con loro, ad esempio la cultura.

Arriviamo ora all’altra banca, l’altra scuola: qui siamo in terza elementare.

Situazione simile, nel senso che anche qui c’è un bambino che mi è stato detto di seguire perché ha dei problemi. Anche lui non parla in classe.

La domanda che mi è venuta entrando in questa classe è stata: “Qualcuno di voi ha preso l’aereo?”. Tutti avevano preso l’aereo. E allora ho domandato a un bambino come si chiamasse. Mi ha risposto e mi ha detto che ha preso l’aereo per andare in Egitto.

“Ti è piaciuto l’Egitto?” “Molto” “Ma ti sei divertito?” “Per niente!” “Perché?” “Perché sono andato dai nonni!” “E con i nonni non ci si diverte?” “No, perché non parlano l’italiano”.

Allora qui nasce un problemino complicato nel fare insieme, perché bisogna trovare la maniera di poter fare insieme, bisogna trovare lingue che permettano di fare ponte, bisogna fare in modo che chi arriva dall’Egitto, per esempio, mantenga la conoscenza dell’egiziano e non si adatti ad essere solo con l’italiano. Quindi bisogna creare il bilinguismo. E’ un’operazione importante questa. Ma non è la conclusione cui volevo arrivare.

Allora a un certo punto, ho pensato “Qui bisognerebbe fondare la Banca dell’Altruismo”.

Nella banca dell’altruismo ciascuno mette delle capacità: c’è stato un momento di perplessità, allora ho capito che la parola capacità non era del tutto chiara. Così ho detto:

“Chi ha delle capacità?” “Tu che sei stato in Egitto che capacità hai?” “Io ne ho una” “La vuoi mettere nella banca dell’altruismo? Che cos’è?” “So dar fastidio agli altri”

Allora è emerso questo elemento interessante, che ci responsabilizza. Noi stiamo trasmettendo a chi cresce l’attenzione agli altri per i difetti, e non per le qualità, per i pregi.

E’ una cosa molto diffusa, ci abbiamo dovuto ragionar sopra e a un certo punto abbiamo detto: “Torniamo alla base…l’altruismo che cos’è?”

Il bambino che mi aveva chiesto attenzione ha detto che lui sapeva la risposta e ha dato la seguente definizione: “Crescere insieme aiutandosi”. Definizione che mi è sembrata formidabile.

L’operazione di raccolta delle capacità vuol dire che ciascuno può portare la capacità, vuol dire aiutarsi, che può servire agli altri. Quindi se tu depositi una capacità con la tua firma e un altro la prende, tu gliela insegni, tu ti metti al suo servizio e quindi c’è altruismo.

Abbiamo fatto un’operazione che si è sviluppata e a un certo punto ho chiesto: “Io cosa faccio? Che ruolo ho?”, mi hanno detto che sono l’ispettore della banca. Perché vado ogni 15-20 giorni, faccio la visitina e quindi sono l’ispettore. Io però devo trattare con un presidente, quindi ho detto: “Vogliamo eleggere un presidente e un consiglio di amministrazione?”.

Dopo aver spiegato cosa significa, è stato eletto un bambino che si chiama Samuele. Però subito i bambini hanno detto che Samuele non era il presidente che volevano.

Allora ho detto che nella loro banca mancava una capacità, quella di stare alle regole: “Dovete cercarla nella scuola da qui alla prossima visita dell’ispettore (io), dovete cercare la capacità di stare alle regole, cercatela nella scuola perché qualcuno l’avrà certamente, per esempio, nel bidello”; al che un bambino chiede: “Ma il bidello può parlare?”. Anche questo è interessante, perché mostra che i bambini hanno maturato l’idea che ci sono voci che sono da ascoltare e voci che possono anche essere lasciate perdere. Questo della capacità diventa anche possibilità di farla vivere, diventa “capacizzazione”, mettere in moto una capacità vuol dire farla diventare un elemento che cresce. La capacità quindi ha anche questa caratteristica: più cresce più la sviluppi, e più la offri più ce l’hai. L’operazione è molto interessante proprio per sviluppare un progetto.

Questa parola che vedete nella slide: resilienza, è importante. Questa parola viene dalla scienza delle costruzioni e nasce dal fatto che un materiale può essere schiacciato, in inglese stressed, per cui se noi abbiamo uno stress vuol dire che siamo schiacciati. Noi abbiamo la possibilità di riprendere la nostra forma se c’è uno spazio, però a differenza del materiale che ha bisogno di uno spazio fisico, noi abbiamo bisogno soprattutto di uno spazio mentale che vuol dire allargare l’orizzonte. Allargare l’orizzonte è un elemento importante che ha permesso a persone anche in situazioni estreme, ad esempio nei campi di sterminio, di essere capaci di sopportare il fatto di vivere deprivati di tutto e ridotti a un numero stampato sulla pelle.

Quando Primo Levi incontrò il dottor Panvisz (colui che faceva la selezione per capire se tra i prigionieri c’erano ancora elementi che potevano essere utilizzati prima di essere eliminati), era solo un numero che improvvisamente si ricordò di essere un chimico perché sul tavolo del dottore c’era un libro che era lo stesso libro su cui Levi aveva dato un esame all’università: ciò gli aveva aperto nella mente uno scenario che non era più quello del campo di concentramento, ma era quello dell’università di Torino. Ciò è tipico dell’essere umano, che ha una caratteristica che lo distingue da altri essere viventi, ed è la possibilità di mettere in moto delle situazioni inattese attraverso l’evocazione.

Con ciò faccio riferimento alla mia condizione in ospedale, quando ho sentito nella notte il primario parlare con un infermiere e dire che non andavo a casa perché stavo morendo: io poi l’ho ringraziato perché sapere la verità è molto utile, anche se forse avrei gradito che la dicesse direttamente a me e non solo agli infermieri; ma comunque la cosa mi è piaciuta, era una persona molto gentile, molto efficiente e competente quindi tutto bene, quando poi mi ha dedicato del tempo per spiegarmi le cose, mi ha detto:

“L’operazione è complicata dal fatto che tu non avrai più le stesse caratteristiche delle persone con cui sei abituato a stare, ad esempio con tua moglie”.

Ho risposto: “Quindi esco dalla reciprocità?” Dottore: “Si”. Io: “Allora posso immaginare di entrare nella coevoluzione?”

Dottore: “Questo si, però la coevoluzione vuol dire anche rapporti parassitari, ma c’è un eccezione importante: la condizione del biotopo”. Questa parola personalmente mi ha portato dal letto di ospedale al biotopo di Anterselva, in Tirolo, perché li mi sono trovato a dire: ma che bello, uno stagno, una roccia, un bosco, c’è tutto! il complesso, questo è il biotopo. Però più che l’aspirazione tecnica, diciamo, mi interessava l’immagine, per cui ho capito che noi abbiamo una potenza nel cervello che è quella di poter immaginare non solo quello che stiamo vivendo nella nicchia sensoriale, l’immagine va oltre, molto oltre ed è proprio questa la resilienza. I popoli che sono più farciti di autoironia sono i popoli più resilienti (ad es. gli ebraici o i bosniaci). C’è una barzelletta di un bosniaco che vuole attraversare una piazza ma un cecchino gli fa saltare via un orecchio: quando lo prendono per portarlo via lui si divincola perché vuole andare verso la piazza; tutti pensano per recuperare l’orecchio, ma lui dice: “Lascia star l’orecchio, è che c’era una sigaretta”. Questo è l’esempio di una persona che ha saputo trasformare una tragedia in una barzelletta: questa è un esempio di potenza dell’immagine molto importante.

I gibboni sono in grado di segnalare un pericolo con un urlo particolare, che significa anche richiesta di aiuto. Questo può essere un esempio per dire che per noi l’altruista è anche un egoista, perché fa qualcosa che alla fine gli torna utile. Questa non è una cosa scandalosa, anzi è una cosa utile. Spesso io faccio l’esempio della banca del sangue, donare il sangue è utile perché quando ne avrò bisogno servirà anche a me.

Io credo che ci sia bisogno di richiamare anche l’aspetto economico, nella questione altruismo che è anche egoismo. La parola economia non è estranea all’educazione, ci deve essere infatti un’educazione all’economia che ha una bella composizione, allora la possibilità che ci sia una vita organizzata che permette di avere leggi per la casa: il progetto deve fare un’operazione di questo genere. Quanto sia stato fermato improvvisamente il progetto Europa, ad esempio, quando ci fu l’accordo di Dayton, nel ’95, che prevedeva una ripartizione di croati-cattolici, bosniaci-mussulmani, serbi-ortodossi, che era un elemento quasi innaturale, culturalmente debolissimo, perché la composizione della ex-Iugoslavia era tutt’altro che organizzata in questo modo. Allora quest’operazione aveva un senso perché sembrava che ci fosse un progetto più ampio che la contenesse e la facesse evolvere, un progetto che si chiamava Europa, ma non è mai successo. Questo è un po’ il problema, perché allora il riprendere un progetto vuol dire anche rompere delle abitudini che nel frattempo si sono incrostate, ci vuole qualcosa che abbia la forza del solvente come in un ingranaggio che si è arrugginito. Le abitudini che fermano il tempo sono le più drammatiche, perché non tutti sono contenti di andar sempre avanti, ma non c’è altra strada. Andando avanti s’incontra qualcosa che non è atteso: la parola serendipità indica qualcuno che cerca una cosa, ma nella ricerca scopre tutta un’altra cosa, che forse è più importante del suo obiettivo. E questo è il mondo, il mondo è andato avanti molte volte in questo modo, con delle operazioni che partono con un certo obiettivo e finiscono con altro risultato: le scoperte non sono quello che io avevo in mente ma quello che io trovo, dovuto spesso a fattori del tutto occasionali.

Serendipità è una parola molto interessante nel progetto, però va governata, cioè bisogna avere una capacità nel progetto del lavoro di tenere fede al progetto stesso, io scopro qualcosa che è molto interessante che modifica il progetto ma non lo cancella.

A me viene da pensare che questo succede molto nelle squadre sportive, quando improvvisamente si scopre che un giocatore delle squadre giovanili è più bravo e bisogna immetterlo. Allora ci sono degli allenatori che bruciano, che mettono troppo presto il nuovo giocatore, mentre la costruzione, costruire con il giusto tempo con la serendipità è un elemento importante.

Io sono partito dall’idea che siamo in un mondo affollato che esige da parte nostra una maggior collaborazione con l’ambiente, maggior rispetto e maggiore coscienza ambientale; questa è una cosa molto interessante, che richiama alcune cose che, da curioso, leggo dai neuro scienziati, da terreni che non appartengono alla mia ricerca: i neuro scienziati ci dicono che il nostro cervello ha come delle firme della coscienza, cioè trattiene sia i neuroni specchio sia la teoria della mente, cioè la possibilità di capire che noi siamo sempre pensati dagli altri, che noi pensiamo che gli altri pensano.

Le firme della coscienza, i neuro scienziati le hanno individuate come integrazione di elementi che arrivano dall’ambiente e permettono di avere una coscienza capace di sviluppare il progetto positivo; lo dico in termini poco elaborati, ma ad esempio è il frutto delle buone notizie, io ho l’abitudine di dire: “Dobbiamo tutti essere evangelizzatori”,  che non vuol dire dare una verità di una religione, vuole dire dare le buone notizie, e le buone notizie sono quelle che noi possiamo leggere nelle cose che abbiamo attorno, si tratta di capire quanto sono utili per avere delle firme di coscienza rispettosa dell’ambiente.

Per fare un esempio in questo senso, vi racconto che prima di natale mi trovavo vicino a Gambettola e mi sono fermato da un benzinaio che aveva anche un bar e tavola calda. Era l’ora in cui c’erano tutti quelli che lavorano nei dintorni ed erano in pausa pranzo; uno degli avventori rivolgendosi alla barista le ha chiesto se sarebbe andata a trovare la figlia per natale, la barista gli ha risposto che non poteva perché le mancavano i soldi: allora lui non ha esitato e ha fatto il giro di tutti i presenti chiedendo 10 euro ciascuno (anche a me), poi ha consegnato tutto alla ragazza.

Questo quindi può essere un ottimo esempio di buona notizia da raccontare. Siamo in un ambiente amico che è un ambiente che diventa utile per realizzare un progetto altruistico.

La coscienza non è un dato che l’umanità ha conservato tale e quale dal suo nascere, ma c’è un elemento evolutivo che è la durata. La durata permette di cambiare. La coscienza diventa un dispositivo che evolve e che si è evoluto. Io credo di averlo letto in due elementi, uno in Paulo Freire, che era un grande alfabetizzatore perché sapeva che non c’è un solo modo per alfabetizzare. Paulo Freire parla di un ambiente che aiuta e che è un ambiente semantizzato, cioè un ambiente che ha una sua semantica, un suo significato che non rimane sempre uguale ma evolve perché noi lo leggiamo in maniera evolutiva.

La rappresentazione che noi usiamo è molto legata al fatto che riusciamo ad avere spesso delle metafore. La metafora vuol dire anche organizzare le nostre energie finalizzandole a qualcosa e quindi anche inibendo qualcosa. Noi abbiamo delle buone rappresentazioni se riusciamo a rendere raffigurato il nostro disegno attraverso le metafore. E c’è una metafora così importante che ha permesso di fare alla cardiologia mondiale un salto di qualità, e cioè la metafora del Cuore come pompa, che ha permesso di lavorare sul cuore avendo in mente un modello.

Il nostro linguaggio lavora come una pompa, come uno sciacquone con un feedback.

Lo sciacquone è fatto a feedback, cioè ha un meccanismo che permette di agire come una pompa che svuota, poi si ferma, richiude e si ricarica, esattamente come funziona il nostro linguaggio. Noi non abbiamo un linguaggio a esaurimento, abbiamo un linguaggio che svuota e poi ricarica: io ad esempio non uso parole che escono lasciandomi vuoto, le ricarico. Questa è una possibilità: il cuore fa la stessa cosa, non è una pompa che una volta svuotata ha finito, ma mentre si svuota, si ricarica anche. Quindi, ha un’alimentazione che permette uno svuotamento, e lo svuotamento è interessante perché è la distribuzione, diventa un metabolismo.

Una pianta ha un elemento importante che sono le radici, e le radici sono quella parte che ha la capacità di andare a cercare quello che serve per la pianta.

Il maggese è il tempo di riposo, che permette al campo di ricostruire gli elementi di cui ha bisogno per essere un campo fecondo. Io credo che nella vita ci sia bisogno di tempi di maggese e uno degli elementi che a volte si fatica a frenare è il sovraccarico degli impegni dei bambini. L’epistemologo Bachelard: “Beato il bambino che può godersi un po’ di noia”. Perché avere un po’ di noia vuol dire avere un tempo in cui la tua fantasia può lavorare.

Welfare di prossimità: nel settore in cui opero la prossimità la intendo anche come possibilità di evocare una persona che non è fisicamente vicina.

Welfare significa creare benessere, e significa anche creare capacità di essere multiuso, cioè di essere in grado di fare un lavoro che però contiene anche elementi utili per gli altri.

Empatia = capacità di fare una cosa pensando come la vuole lui.

L’evoluzione e il welfare di prossimità vanno d’accordo e hanno la parola manutenzione in comune.

La manutenzione è un elemento di condivisione; fare manutenzione insieme vuol dire anche mettere ciascuno quel po’ che sa unito al “gesto interrotto”, ovvero lasciare un minimo di iniziativa anche all’altro (io non so fare molte cose, ad esempio non riesco da solo a prendere un treno perché ho difficoltà a salire sulla scaletta e quindi devo chiedere aiuto, in queste occasioni noto poi che ci sono alcune persone che hanno la delicatezza di fare esattamente quello di cui ho bisogno e altre persone che invece vorrebbero portarmi in braccio a sedere, accompagnarmi a destinazione, forse dirmi anche dove devo andare, mentre io invece vorrei mantenere la mia destinazione, la mia libertà e avere l’aiuto come gesto che s’interrompe per lasciare a me il resto). Insomma la questione della manutenzione sta insieme a questo gesto interrotto che è tanto più difficile quanto più le situazioni sono marcate dallo stereotipo per cui lo stereotipo dell’incapace fa sì che uno diventi incapace in tutto, perché c’è qualcuno che fa tutto al suo posto, non interrompe mai il gesto.

I versi della filastrocca di Rodari possono, se volete, essere visti come la parafrasi di una frase di Abramo, che partì non sapendo dove andava, ma partì. E credo che fare un progetto voglia dire a volte partire e poi verrà, ma partire e non star fermi, poi ci suggerirà il paesaggio e gli altri che sono in mezzo a noi.

Grazie

[Filastrocca di Rodari: Chi sta zitto non dice niente/chi sta fermo non cammina,/chi va lontano non s’avvicina,/chi siede non sta ritto,/chi va storto non va dritto,/e chi non parte, in verità, in nessun posto arriverà.]

Domande dopo la lectio:

Marco Vincenzi:

Personalizzazione: l’idea che si possano vedere le persone una diversa dall’altra con aspettative, desideri, voglie legittime o illegittime dal punto di vista sociale e culturale, i presupposti normati e poi c’è l’idea di solidarietà che è in qualche modo una norma che è una generalizzazione in cui noi abbiamo deciso cosa ci deve stare. Come vede lei questa possibile garanzia per entrare nelle cose?

Riccardo Venturini:

Io ho una necessità di riuscire ad entrare in quella che è la passione che accompagna ogni tuo intervento, la partecipazione a un evento dove riesci a portare un contributo sempre nuovo, aggiornato, e anche corrispondente a quelle che potrebbero essere le aspettative. Mi chiedo, quindi, in che modo potremmo riuscire ad essere contagiati da quello che ci stai proponendo e in che modo potremmo riuscire a cogliere il messaggio non solo dal punto di vista del contenuto, ma ancora oltre da un punto di vista di partecipazione, di entrare in un’altra prospettiva e di vedere e cogliere le indicazioni che ci hai proposto?

Bianca Caruso:

Mi ha colpito molto il discorso inerente al welfare di prossimità perché anche in ambito meno sociale prossimità che non vuol dire solo essere più vicini, lo si dice anche dei servizi: servizi più prossimi, nel senso di allontanare il paziente e far venire gli specialisti.

Ma proprio il significato di fare la rete e di far sì che (ed è la sfida che abbiamo anche oggi che non è ancora molto capita) i professionisti sanitari e in particolare i medici facciano il collante della partita, cioè gestiscano la filiera e smettano di essere ognuno l’artefice del proprio settore, perché non serve assolutamente più, è importante. Perché il bisogno è cambiato ed essendo cambiato il bisogno o si arriva a capire che quello che fa la differenza è il lavorare assieme, parlarsi del caso, di cercare soluzioni alternative che non vengono da risorse maggiori ma vengono proprio dal fare comunità, o diversamente non penso ce la faremo. Quindi il welfare di prossimità va utilizzato di più e lo sento dire troppo poco.

Canevaro:

Sono tre domande abbastanza complicate che mi fanno ricordare una piccola barzelletta:

Non so se sapete che Enrico delle volte parla con dio. E gli chiede “Ma come mai hai fatto i deserti? Non potevi fare dei giardini fioriti?” e Dio risponde: “E’ una bella domanda ma è un po’ difficile, fammene un’altra!” Enrico: “Perché non fai fare la pace tra i palestinesi e gli israeliani?” e Dio: “Qual era l’altra domanda?”

Provo a rispondere ora usando due immagini. Una è una torre di cubi, che sale e sale e ad un certo punto crolla, forse il bambino che la costruisce è proprio contento di quello, si diverte così, però non è questo che può funzionare.

Lo specialismo (soprattutto riguardo la terza domanda) è la torre di cubi. Io sono specialista e ti dico fai questo, è la linearità.

Mentre l’altra immagine è la piramide. Qui bisogna avere una possibilità di condivisione, però come operatori ma anche come persone che vogliono essere d’aiuto agli altri, dobbiamo essere non solo reattivi all’incontro ma anche riflessivi, quindi darsi dei tempi di riflessione che mettono in moto (siamo già a due elementi della piramide) un terzo elemento che è essere propositivi con altri (quarto elemento), che possono essere appunto altre persone come una mamma o un vicino di casa ecc., e verificare (quinto).

Recentemente, ragionavo sul fatto che chi cresce, cresce se è stimato perché senza un briciolo di stima non si cresce.

Lo specialismo diagnostico rende quasi inavvicinabile un soggetto se non dagli addetti ai lavori e ciò impoverisce molto, perché è importante che sia avvicinato anche dai non addetti ai lavori, se no non capita la serendipità, non capita l’inatteso e non capita la collaborazione e non capita il welfare.

Mi è capitato di incontrare una persona (Alessandro) e capisco che non è stimata da nessuno, e allora mi preoccupo perché questo come fa ad avere poi autostima, dove se la cerca la stima?

Facciamo finta che Enrico mi stimi, se Enrico mi stima anche se non c’è io cerco di fare le cose come se Enrico fosse presente e avesse bisogno di stimarmi. Quindi io voglio essere stimato e allora ingoio Enrico per farlo diventare la mia stima.

Se quell’Alessandro comincia a pensare che vuole essere stimato dai più delinquenti delle persone che incontra, la sua autostima sarà tarata dall’essere un po’ delinquente. E allora mi sono messo ala ricerca di chi poteva essere la persona che lo stimava e ho scoperto che l’allenatore di calcio lo stima, allora ho fatto in modo di farli parlare insieme durante una sorta di riunione con i professori. Subito è trapelata un po’ di stima anche da altre insegnanti e si stanno iniziando a vedere degli sviluppi anche in Alessandro. Allora l’operazione sta prendendo piede, l’operazione è interessante se si riesce ad innestare qualcosa che io non posso dare.

C’è anche l’elemento della credibilità, bisogna essere credibili. E sapete che si dice che quando saremo interrogati, non saremo interrogati per sapere se siamo stati credenti ma per sapere se siamo stati credibili, questa è la cosa più importante: essere credibili.

Allora io non posso diventar credibile dicendo: “Io stimo Alessandro per principio”. No, io devo trovar qualcuno che conosce Alessandro, Alessandro è stimato da una persona che sa anche castigarlo, cioè che sa reggere il conflitto perché la questione di metter il soggetto, che sta crescendo, davanti a una strada senza curve è insegnargli a guidare in una maniera che non è reale.